CARLO CAPUTO

            Pittore - in arte DIOGENE

 

Carlo Caputo in arte Diogene, nasce a Carapelle, un piccolo paese in provincia di Foggia, nel maggio del 1959, ma la sua famiglia si sposta in Piemonte quando Carlo è ancora un bambino. Attualmente vive nella Città di Volvera. Ha partecipato a numerose mostre di pittura nei Comuni vicini di Orbassano, Piossasco, Rivalta, Rivoli, None, Pinerolo, Torino e tanti altri. Si dedica alla pittura relativamente tardi, ed è completamente autodidatta. Non ha infatti avuto maestri che lo hanno seguito materialmente, ma ha acquisito la tecnica pittorica imparando dai suoi stessi sbagli e soprattutto dai grandi maestri del passato, dei quali riproduceva le opere. La sua strada è stata senz’altro più lunga e  difficile rispetto a quella di altri che hanno avuto una guida sicura nel loro percorso artistico, ma sicuramente ha dato risultati duraturi e consapevoli, perché maturati attraverso la fatica e la sofferenza di un continuo lavoro su se stesso. Questa consapevolezza che l’imitazione dei grandi maestri del passato porta alla padronanza di qualsiasi tecnica pittorica, ha  indotto il nostro artista a creare una scuola, all’interno della quale gli allievi imparano a dipingere realizzando, appunto, pregevolissime copie d’autore. La scuola, che Carlo porta avanti da più di dodici anni, rappresenta, da una parte il suo punto di forza, dall’altra il suo punto debole: il suo punto di forza, in quanto è obiettivamente un’ottima scuola,  il suo punto debole, in quanto, assorbendo gran parte delle sue energie, ha giocoforza rallentato la sua produzione artistica personale. Parlando di quest’ultima, possiamo dire che Caputo è un’artista versatile, che spazia dal paesaggio al figurativo, evitando tuttavia la pittura astratta e l’informale. In ogni caso, è un personaggio che, attraverso la sua produzione, intende esprimere il suo pensiero sulla società attuale o su temi di riflessione esistenziale; i suoi quadri hanno sovente il carattere della denuncia e della protesta.

Gli ultimi lavori del Nostro intendono essere un monito sul tipo di futuro che ci stiamo costruendo: la tecnologia è tanto avanzata quanto nociva per la salute dell’uomo, ma sembra che al di sopra di tutto esista solo il profitto per i grandi gruppi industriali.   L’uomo sta uccidendo se stesso e sgretolando il mondo in cui vive, tanto che, nella visione dell’artista, si giungerà, in un futuro non poi troppo lontano, alla distruzione del genere umano, di ciò che egli stesso ha costruito e della natura che lo circonda. Unica traccia del passaggio dell’uomo sulla terra sarà la plastica, materiale pressoché indistruttibile, inquinante e invasivo. Ecco allora che cosa ci mostrano le sue tele; paesaggi di città in bianco e nero, ricordo slavato di una civiltà ormai scomparsa, che fanno da sfondo a figure di manichini, in tutto simili a persone vere. Ma l’umanità non esisterà più, resteranno a sua testimonianza per le specie future - ammesso che se ne possano ancora sviluppare in un pianeta ormai moribondo - manichini di plastica, mute imitazioni, modelli senza vita di ciò che è stato l’uomo. In sostanza, questi dipinti, queste “Vestigia Dal Futuro” vogliono essere uno spunto di riflessione: intendono renderci più prudenti, più assennati, più consapevoli dei rischi che corre una civiltà che usa e abusa di tecnologie, delle quali solo in parte si conoscono gli effetti indesiderati e devastanti; e soprattutto  più attenti e premurosi di fronte alle  continue e insistenti richieste di aiuto che, inutilmente e disperatamente, ci giungono dalla nostra misera Terra.   

Cristina Borasi